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lunedì 13 luglio 2009

Il significato effimero della parola

E allora uno studioso disse : “ Spiegaci la parola” e lui rispose dicendo: ” Voi parlate quando avete perduto la pace con i vostri pensieri e quando non potete più sopportare la solitudine del cuore, voi vivete sulle labbra ed il suono vi è di svago e passatempo. E molte delle vostre parole quasi uccidono il pensiero. Poiché il pensiero è un uccello leggero che in una gabbia di parole può spiegare le ali ma non prendere il volo”.
Gibran Kalhil Gibran

L’uomo è in continua interazione con altri individui ed è vittima della costante esigenza di esprimere i propri pensieri, resa apparentemente possibile mediante il λόγος, il discorso o meglio la parola. Infatti ogni immagine mentale che l’uomo possiede acquista un significato e prende forma attraverso le parole.
La parola è : “un complesso di fonemi, cioè suoni articolati o anche singolo fonema mediante i quali l’uomo esprime una nozione”.
Ma la parola non fa altro che duplicare le apparenze. Dietro ogni parola o atto comunicativo è necessario coglierne l’essenza, comprenderne le sfumature, quasi come se le parole avessero una valenza simbolica, un carattere evocativo che necessita di essere interpretato; che sia un interlocutore o un testo scritto l’essere umano lo analizza partendo dalle convenzioni sociali, ma soprattutto dalle sue costruzioni mentali, dal suo modo di intendere le situazioni. Nella maggior parte dei casi cadendo in errore, non rendendosi conto delle infinite sfaccettature che la parola enunciata gli pone davanti; proprio per questo dare un significato convenzionale alla parola è riduttivo quanto inutile (nella considerazione dell’insieme degli atti comunicativi).
Poniamo uno degli esempi più ovvi di comunicazione fatica: “ciao, come stai? Bene”
La parola “bene” può essere interpretata in base a ciò che sente l’ io nel momento stesso in cui viene ascoltata; si può dunque credere che lo stato d’animo sia realmente quello o interpretare la parola “bene” come maschera di un dolore profondo.
“ E’ sempre possibile dire il vero in una esteriorità selvaggia” scrive Foucault.
L’uomo è convinto di comprendere il senso autentico della parola scritta o enunciata, ma in verità è lui stesso ad attribuirle un significato in base a ciò che lui crede essere verità. Verità che l’uomo individualmente costruisce in base alle proprie esperienze… un sapere assoluto non esiste! Possiamo costruire su di esso delle ipotesi o scegliere cosa rappresenta per noi, ma ogni aspetto acquista un significato relativo. Relativo al contesto, alle situazioni ma soprattutto al nostro “silenzio mormorante” interiore che ininterrottamente ci perseguita e condiziona e nello stesso tempo ci rende padroni di leggere le nostre verità. Probabilmente la mente umana estrae piacere dal testo scritto più che dalla comunicazione verbale, poiché si crea tacitamente un monologo interiore con esso, un atto “asociale”, “individuale” che permette all’uomo di uscire dagli stereotipi quotidiani sociali per poter immergersi in una esperienza reale, autentica in stretto contatto con se stesso e nessun altro, potendo così caricare di significato ogni parola ed interpretarla intimamente in base al suo vissuto.
Non dimentichiamo che l’uomo non è una macchina ma respira la vita, scontrandosi con passioni, emozioni, paure e percezioni. Quindi oltre la capacità di associare le cose (oggetti, sensazioni, emozioni) a dei nomi, vive di sentimenti che lo conducono ad avere un occhio velato sul mondo “ così il discorso si annulla nella sua realtà”.
Il discorso, le parole non sono altro che una “violenza che noi facciamo alle cose, come una pratica che imponiamo loro”.
Quindi tutto e niente diventa discorso, un paradosso quasi inverosimile ma dovuto al fatto che la parola racchiude in se mille forme, noi possiamo cercare di coglierne tutti gli aspetti ma non possiamo dare di essa una definizione assoluta, come scultori modelliamo in base al nostro gusto la sua forma. Inoltre, la parola veicola le passioni dell’uomo e tramite essa non avremo mai l’autenticità di un pensiero, ma solo convinzioni.
La parola è dunque: verità e menzogna, nello stesso tempo la cura e la malattia, anestetizzante e manipolatrice, realtà e finzione………
Così si potrebbe continuare ad elencare innumerevoli abiti di cui si può vestire ma dandogli quale valore assoluto?
Nessuno ….
Quindi tutto può ridursi ad una combinatoria di parole, tutto può essere già stato scritto, non importa… ciò che acquista valore è come noi lo interpretiamo partendo da noi stessi, da quelle sensazioni, percezioni che ininterrottamente ci percuotono. Non riduciamo tutto a semplici e stupide convenzioni, poniamo lo sguardo oltre e partiamo dall’essenza vitale che ogni essere umano possiede, solo così tutto acquista senso ed inizia a prendere forma. Allora non sentiremo più la necessità di collocare, classificare parole, discorsi e testi poiché la risposta è in ogni singolo atto interpretativo che la mente umana è capace di controllare!
“Il discorso non è quasi più che il luccicare di una verità che sta per nascere ai suoi propri occhi; e tutto può alla fine prender la forma del discorso, tutto può dirsi ed il discorso può dirsi a proposito di tutto perché tutte le cose avendo manifestato e scambiato il loro senso, possono rientrare nell’interiorità silenziosa della coscienza di se”. (Michel Foucault)

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