Modalità esami per l'appello straordinario di dicembre
il termine ultimo per postare sarà lunedì 7 dicembre
venerdì 19 febbraio 2010
L'autointerdizione.
1R.Barthes,Il piacere del testo.
2M.Foucault,L'ordine del discorso.
3MFoucault,L'ordine del discorso.
4M.Foucault,L'ordine del discorso.
Sarà mia la voce che spingerà i Folli alla follia
Michel Foucault lesse il suo saggio “L’Ordine del Discorso” al Collège de France ponendo particolare attenzione sul “Discorso”.
Il Discorso altro non è che l’innato desiderio di potere di cui ogni essere umano parlante cerca di impadronirsi.Esso però non può essere pronunciato ovunque,in qualsiasi circostanza ed in qualsiasi modo,esistono delle regole ferree che lo controllano.
Il pericolo di parlare a sproposito viene scongiurato grazie alla società che regola la produzione del discorso,la controlla e la seleziona;nascono quindi delle naturali procedure d’Esclusione del discorso,la più evidente è quella dell’interdetto che fa scaturire unTabù dell’oggetto (ormai quasi del tutto debellato poiché si concede a mezzi di comunicazione come il web o
Questi tre caratteri si legano fra di loro creando un reticolo infittito soprattutto nelle regioni di politica e sessualità.
Oltre l’interdetto un’altra figura degna di nota è quella del Folle.
“Lasciate che sia mia la voce che da il via e spinge in allegria i folli alla follia”
Notre Dame de Paris-Gringoire
Questa è la prima strofa della canzone “La festa dei Folli” del Musical Notre Dame de Paris che meglio esprime il concetto di Folle all’epoca dello scrittore Victor Hugo.
Chi era infatti il Folle?
Era colui che con il suo andamento goffo,le sue sregolatezze e i suoi discorsi senza un senso logico faceva ridere la gente nelle Corti dei nobili o nelle piazze dei paesi.
Fin dal Medioevo la sua condizione era quella di essere secondo al mondo,senza importanza tanto da esser rinchiuso a volte in prigioni per essere allontanato dalla gente “normale” e non contaminarla con le sue parole e i suoi discorsi.
Son proprio i discorsi che Michel Foucault analizza nel suo saggio.
I discorsi del folle erano considerati senza effetto,non davano fede alla giustizia e non rappresentava ne importanza ne verità.
Il riscatto del Folle ci fu solo grazie ai palcoscenici teatrali che gli diedero la possibilità,grazie ad una maschera,di rappresentare la saggezza o essere l’oracolo di un Dio pronto a salvare i suoi fedeli.Il suo discorso era dunque considerato vero.Un Discorso può esser pienamente vero?
Si possono comprendere pienamente le parole di qualcuno e definirle “vere”?forse si chi può dirlo?
Fatto sta che questa ricerca di verità ci affascina e ci spinge sempre più avanti nella sua ricerca.Il Discorso vero e proprio è più realtà che verità perché esiste in un determinato tempo e in un preciso spazio,esso infatti viene dapprima pensato(il pensiero è attivo,in atto) e poi pronunciato da un parlante e successivamente ricevuto e compreso da un ricevente.
E’ in qualche modo riconoscibile la sua verità o la sua falsità anche se non può essere compresa a pieno.
domenica 13 dicembre 2009
Il Folle fa "paura"
All' interno di una società la produzione di un discorso è controllata, selezionata , in modo che si possano evitare pericoli. Tutti coloro che vivono all' interno della società hanno appresoche non si può parlare di tutto in qualsiasi circostanza, non si può trattare ogni argomento.
Da qui emerge la figura del Folle ovvero l'uomo che guidato dall' istinto( e non più dalla razionalità) , esce fuori dai quei controlli sul discorso; i discorsi di un folle possono minare il potere di altri: Fin dal medioevo il folle è colui il cui discorso non può circolare normalmente o per lo meno con la stessa facilità di quello degli altri, tant'è che la sua parola è considerata nulla. A dimostrazione di quanto detto Foucault dice:
"La follia , fin dall'età classica , era la verità denudata dell'uomo che tuttavia l'ha posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata"
Sovente le parole del folle intimavano paura , al punto da indurre soluzioni estreme, al fine di "debellare" il "virus". Nel medioevo i folli venivano messi al rogo; nel corso dei secoli era uso chiuderli nelle carceri oppure in apposite strutture sanitarie. Ma con lo scopo comune di essere sempre controllati per una sorte di "quarantena" , lontani dalla comunità , onde evitare eventuali infezioni tramite le loro parole.
Naturalmente si evince che le procedure di esclusione trattate da Focault (interdetto , partage , la volontà di verità) abbiano una certa attinenza con il desiderio ed il potere: Chi ha deciso che i Discorsi dei folli debbano passare senza lasciare traccia e altri debbano essere ripetuti , citati con una frequenza quasi rituale?
Si evidenzia ancor di più la paura che il folle trasmette a discapito di chi opera queste esclusioni al fine di creare una comunità di pensanti, ovvero persone che pensano a "senso unico" ( società di discorso). Ecco perchè tuttora il "Folle" non viene visto di buon grado rispetto ai sistemi di comunicazione di massa: E' colui che non ci sta ad avere un sapere povero e di consumazione veloce , ma colui che cerca di liberarsi da queste restrinzioni mentali che si evincono da determinati Discorsi.
Punti fondamentali de "Il piacere del testo"
Si afferma nel "Piacere del testo":"Lo scrittore di piacere (e il suo lettore) accetta la lettera; rinunciando al godimento ha il diritto e il potere di dirla: la lettera è il suo piacere, ne è ossesionato. Lo scrittore di godimento (e il suo lettore) comincia il testo sostenibile, il testo impossibile: non potete parlare "su" un testo del genere, potete solo parlare "in" esso, nel modo suo, entrare in plagio disperato, affermare istericamente il vuoto del godimento".
Barthes fa anche la differenza tra testo di piacere e testo di godimento:"Testo di piacere: quello che soddisfa, dà euforia; quello che viene dalla cultura, legato ad una pratica confortevole della letteratura. Testo di godimento: quello che mette in stato di perdita, quello che sconforta(forse fino alla noia), fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche, del lettore, la consistenza dei suoi gusti, dei suoi valori e dei suoi ricordi, mette in crisi il suo rapporto col linguaggio".
L'opposizione radicale sarebbe: il piacere è prodotto dalla ripetizione, il godimento è il prodotto dell'evento, è precoce, tutto si scatena in una sola volta.
Il piacere del testo è l'euforia, la soddisfazione, mentre il godimento è la scossa; nel godimento il soggetto perde la consistenza del suo Io. Se il piacere può nascondere e inaridire la fonti del godimento, ciò accade in quanto esso è dicibile, in quanto occupa dei luoghi, invece il godimento è in-dicibile.
Per definire il piacere del testo bisogna definire anche il testo, e possiamo definirlo come: lo spazio raro di linguaggio da cui ogni scena è assente, il testo non è un dialogo, è come una piccola isola, manifesta la natura asociale del piacere. Sulla scena del testo il lettore incontra se stesso e i propri pensieri, incontra il linguaggio nel suo momento istitutivo e non già istituito.
Barthes attua anche una ricerca di quanto sta attorno all'opera, al testo. Il testo deve dare la prova di essere desiderato, questa prova è la scrittura, che definisce come: la scienza dei godimenti del linguaggio. Analizza anche il desiderio di leggere secondo proprie preferenze, avversioni e motivazioni associate a tale attività.
Seguendo le sue analisi si può tentare la ricostruzione di una tipologia dei piaceri della lettura. Innanzi tutto c'è il feticista che si accorderebbe col testo ritagliato, con lo spezzettamento delle citazioni, col piacere della parola. L'ossessivo avrebbe la voluttà della lettera, dei linguaggi sfasati, dei metalinguaggi. Il paranoico consumerebbe o produrrebbe dei testi tortuosi, delle storie sviluppate come ragionamenti, delle restrizioni segrete. L'isterico sarebbe colui che prende il testo per oro colato, che entra nella commedia senza contenuto, che non è più il soggetto di nessun sguardo critico.
Applica anche la sua indagine sui segni alla letteratura e grazie a questa porta alla luce il fatto che lo scrittore subisce gli effetti della propria scrittura, ne è trascinato come da una corrente, che sposta e trasforma. Così il linguaggio dei romanzi, delle poesie si rivela attraversato dal desiderio: che scrive ne è posseduto e finisce gettato sulla scena della pagina come un osso di seppia sulla spiaggia.
domenica 6 dicembre 2009
Uno sguardo verso la "follia"
"L’Ordine del discorso" è il testo con cui Michel Foucault tenne la lezione inaugurale al Collège de France, (2 dicembre 1970) in cui affrontò i prediletti temi delle “procedure d’esclusione” che colpiscono il discorso. Nei testi "Storia della follia nell’età classica"(1961) e "Nascita della clinica"(1963), Foucault attraverso approfondite ricerche d’archivio ricostruisce il sistema della follia aprendo una nuova concezione del rapporto tra “ragione-sragione” e tratta della progressiva emarginazione della malattia mentale e del finale assoggettamento dei “folli ” agli uomini di ragione.
“In una società come la nostra si conoscono, naturalmente, le procedure d’esclusione”. Dei tre grandi sistemi d’esclusione che colpiscono il discorso, ovvero, la parola interdetta, la partizione della follia, e la volontà di verità io tratterò quello della follia: la cosiddetta “partage”-partizione tra ragione e follia.
Il termine follia deriva dal latino follis, espressione di origine onomatopeica che significa letteralmente “mantice”, “sacco di cuoio” o “pallone” e indica, per via metaforica, una persona dalla testa vuota. Con il termine follia si definisce in primo luogo la condizione di chi è affetto da una grave malattia mentale, o da una momentanea perdita della ragione. Per estensione, il termine indica ogni forma di stoltezza, mancanza di senno e l’incapacità di giudicare bene. La follia viene attribuita anche ad ogni comportamento che derivi da un forte turbamento prodotto dai sensi, come è il caso di una esasperata, vibrante passione d’amore, o di un desiderio senza freni (amare fino alla follia).
Folle è colui che vive ai margini, non inquadrabile nella schiera e nella categoria in cui le abitudini sociali e la forza del senso comune classificano la vita di ciascuno; nella sua realtà dolorosa e lacerante; costretto persino a soffocare i suoi sentimenti d’amore.
Anche nella canzone “Ti regalerò una rosa” il cantante Simone Cristicchi analizza il tema dei folli e scrive:
Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare…
…Mi chiamo Antonio e sono matto
Sono nato nel ’54 e vivo qui da quando ero bambino
Credevo di parlare col demonio
Così mi hanno chiuso quarant’ anni dentro a un manicomio
Ti scrivo questa lettera perché non so parlare …
…Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi
E giorno e notte si assomigliano
Nella poca luce che trafigge i vetri opachi
Me la faccio ancora sotto perché ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura
Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura….
….I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio… misurate le distanze
E guardate tra me e voi… chi è più pericoloso? …
Non come le cartelle cliniche stipate negli archivi
Dei miei ricordi sarai l’ultimo a sfumare…
****************
Analizzando le parole, comprendiamo come il cantante voglia delineare il ruolo che ha il matto nella nostra società e come appare agli occhi degli altri, e come voglia dimostrarci ancora una volta che solo i folli hanno capito il vero significato del sostantivo maschile “Amore”.
Per secoli la parola del folle o non era capita e accolta o era considerata come fonte di verità, talvolta ignorata e fatta cadere nel silenzio; mentre per egli questa può dirci qualcosa di profondo sulla verità dell’uomo, può mostrarsi come una “prodigiosa riserva di senso”.
Foucault attraverso le sue ricerche ha cercato di capire in che modo i folli erano riconosciuti, scartati ed esclusi dalla società proprio perché la follia rappresentava e rappresenta tutt'oggi nella società una modalità di separazione tra gli individui che sorge da un atteggiamento culturale di base; ha operato nel liberare il folle da una identificazione data dal senso comune; e la medicina e le istituzioni intervengono in un secondo momento per giustificare e spiegare gli effetti di questa opposizione. Foucault ha approfondito ed analizzato i metodi e le istituzioni che classificano il folle come tale, approfondendo le specifiche istituzioni delegate al contenimento della follia che rappresentano l’insorgere di una nuova forma di confine della sragione (deraison) ossia i manicomi. Oggi tale “parola” ci mette in agguato e il ruolo del medico presta orecchio alla parola del folle mantenendo una cesura.
Il folle sin dalle diverse epoche ha avuto varie attribuzioni; gli antichi greci consideravano due accezioni del concetto di folle: nella prima accezione era una forma di pazzia dovuta all’umana debolezza; nella seconda era considerata di origine divina e consisteva in un entusiasmo o furore ispirato; spesso nella letteratura classica greca la follia era determinata dalle divinità, per possessione estatica o come punizione per delitti o colpe; nel Medioevo la sua figura era vista nelle molteplici controfigure carnevalesche e popolari eleggendola a testimone di una verità nascosta ed inaccettabile e la follia era interpretata come il frutto di una possessione di origine magica, astrologica, amorosa o demoniaca. L’Umanesimo guardava il folle attraverso uno sguardo eccentrico e rilevatore cui rivolgersi in cerca di un senso delle cose. Lo studio della malattia mentale dell’uomo ha raggiunto il suo massimo splendore nel Novecento e la psichiatria degli ultimi secoli attribuisce la follia ad una macchina non più efficiente, non più integrata nel suo ambiente, non più in grado di dar vita a valori sociali ed economici.
Oggi la situazione degli istituti dove vivono codeste persone è cambiata e il cantante Cristicchi descrive la sua esperienza attraverso i centri che ha visitato e contrappone la situazione del vecchio manicomio agli attuali centri dicendo che queste strutture nella vita dei malati:
«Sono importanti soprattutto perché essi sono accolti, hanno la possibilità di socializzare e di intraprendere percorsi di normalità. Nei casi che ho visto, per esempio, le persone hanno una loro stanza dove possono mettere i propri oggetti personali: sembrerà banale, ma anche questo è un modo per recuperare una propria dignità e identità, se confrontata alla spersonalizzazione di cui erano vittime nei vecchi manicomi. Così come la possibilità che si dà loro, attraverso attività terapeutiche e riabilitative, di trovare mezzi per comunicare la propria esperienza e ricucire un rapporto interrotto con il mondo. Visitando diversi centri mi sono reso conto quanto l’arte possa essere utile. Dipingere o scolpire consente loro di dare forma in maniera pura, naturale, a uno stato d’animo che stanno vivendo in quel momento». Cè un altro aspetto dell’arte che Cristicchi ha voluto mettere in luce: la contiguità tra la sensibilità artistica e quella di chi è affetto da disturbi mentali, che emerge lampante dall’incontro avuto con Alda Merini, una delle maggiori poetesse italiane contemporanee, recentemente scomparsa, che ha passato lunghi periodi della sua vita in manicomio.
«Avevo letto le sue opere e nutrivo un timore reverenziale nei suoi confronti. E’ una persona che ha un grandissimo carisma e, allo stesso tempo, possiede una grande cultura. Quando parla ti dà delle grosse emozioni. Certo che ascoltandola ti accorgi che possiede una sensibilità che noi “normali” non conosceremo mai! E soprattutto ascoltandola capisci che non è pazza». Infine l’altra faccia dei centri psichiatrici, l’esperienza di coloro che là dentro ci lavorano, «persone che per poter fronteggiare situazioni emotivamente così complesse hanno dovuto metter su una specie di corazza. Ma, nonostante ciò, tutte accomunate da una straordinaria passione per quello che fanno».
mercoledì 2 dicembre 2009
IL DISCORSO E LE SUE PROCEDURE D’ESCLUSIONE
Uno dei libri più affascinanti di Michel Foucault è L'ordre du discours, “L’ordine del Discorso”, letto da egli stesso al Collège de France nel dicembre del 1970. Foucault spiega il proprio metodo, i progetti di lavoro, il proprio campo di indagine. Soprattutto, esamina le procedure che controllano, selezionano, organizzano e distribuiscono la produzione del discorso.
Ma che cosa è in verità il Discorso?
Il Discorso non è un sistema di segni che rimanda ad altro, ma ' pratica che forma sistematicamente gli oggetti di cui parla ': esso è dunque autosufficiente, si autoregola e non è riconducibile ad una causa o a un fondamento unico esterno ad esso, nè ad un soggetto trascendentale o empirico, nè a condizioni economiche e storico-sociali, nè allo spirito dei tempi. Il Discorso però si inserisce in una trama di rapporti di potere che permea ogni società: esso è una pratica che dipende dal potere, ma che genera anche potere. Un potere di cui ogni singolo individuo tenta di impadronirsi, è cosi che il linguista francese definisce il Discorso. La produzione del Discorso in ogni società è controllata, selezionata e organizzata tramite delle procedure di esclusione: l’interdetto, la partizione e infine la volontà di verità.
L’interdetto: quando non si ha il diritto di dir tutto, non si può parlare in qualsiasi circostanza, insomma chiunque non può parlare di qualunque cosa, ecco perché tabù dell’oggetto, rituale delle circostanze e diritto privilegiato del soggetto che parla. Questi sono i tre tipi di interdetto che incrociandosi tra di loro danno luogo ad un reticolo più fitto, oggi ad esempio si ha quando si parla di sessualità e politica, come se il Discorso in apparenza sia legato al desiderio e al potere. Ma non è soltanto ciò che manifesta il desiderio, ma il Discorso è ciò per cui si lotta, e il potere di cui si cerca di impadronire.
La partizione (ragione-follia): si pensi all’opposizione tra ragione e follia. Nel Medioevo la parola del folle non veniva presa in considerazione, perché non aveva nessun senso logico; oppure le si attribuivano strani poteri, quello di annunciare l’avvenire, vedendo tutto il mondo con saggezza e ingenuità. Oggi invece la parola del folle viene ascoltata e decifrata, grazie a istituzioni (manicomi,case di cure, ospedali psichiatrici ecc..) che consentono a medici e psicanalisti di aiutare e ascoltare i propri pazienti. La follia quindi ai giorni nostri non viene più concepita come elemento negativo.
Volontà di verità (vero-falso): principio del quale Foucault si dedicò maggiormente. Nel VI secolo i Greci ritenevano che il “Discorso vero” era quello per cui si aveva rispetto, al quale bisognava sottomettersi, perché era pronunciato da chi regnava dicendo il potere e il quale partecipava all’evento e giustiziava. Un secolo dopo le cose iniziarono a cambiare, la verità non si trovava più in quel che il Discorso era, ma in quel che diceva, cioè verso l’enunciato stesso e il suo senso. Infatti attualmente la volontà di verità è istituzionale ed è rafforzata da pratiche come la pedagogia, l’editoria ecc… dal modo in cui il sapere è messo in opera in una società, da come è valorizzato, distribuito e attribuito.
Nel corso dei secoli molti studiosi, filosofi e linguisti hanno tentato di comprendere quale sia la reale verità del Discorso, teorizzando idee sul suo funzionamento, ma ancora al giorno d’oggi la veridicità del Discorso risulta volatile. Il Discorso diviene il nostro oggetto di desiderio, gli uomini tentano di raggiungere la sua comprensione, la sua veridicità, ma non si arriva mai a capire, nonostante venga analizzato, se un Discorso è vero o falso, perché esso non riesce a donarci e farci comprendere a pieno la sua entità. Un Discorso sappiamo che è reale, perché viene pronunciato realmente da qualcuno, ma non si può avere mai la certezza se l’enunciato è vero o falso.
Oltre a queste esistono altre procedure di controllo e delimitazione del discorso; dove i discorsi tendono a controllarsi. Sono procedure che non funzionano come principi di classificazione, d'ordinamento e di distribuzione ma vogliono padroneggiare una dimensione del discorso che Foucault chiama dell'evento e del caso.
il commento: nelle Società esiste un dislivello tra i discorsi, quelli che "si dicono" ma che non restano, passano nel momento in cui vengono enunciati; e quelli che restano, che originano nuovi atti, che vengono ritualmente trasmessi, che variano, che vengono ripresi e citati ( esempio ne nostro sistema culturale: testi religiosi e giuridici, letteratura, libri scientifici ecc...).Il commento deve dire per la prima volta quel che era già stato detto e ripetere ciò che non era mai stato detto.Il commento è un discorso che non nasce dal caso, parte da un testo, dice cose anche diverse, ma ripropone il testo di partenza. Nel commento "...il nuovo non è in ciò che è detto, ma nell'evento del suo ritorno".
L' autore: Foucault non intende per autore che scrive o recita un testo, ma 'L' autore come principio di raggruppamento dei discorsi, come unità di origine dei loro significati'. La funzione dell'autore va al di sopra di ciò che è la presenza e la materialità di chi realmente scrive un'opera; a seconda delle epoche in Europa l'autore ha conferito status di verità alla propria opera solo in virtù della sua firma, oppura non si è preoccupato di rendere nota la sua entità, come per i testi letterari del Medioevo. Il principio dell'autore limita il discorso alla sua individualità, cerca di dare coerenza alle infinite possibilità dl linguaggio.
Un altro principio di limitazione da riconoscere è la disciplina , l'organizzazione delle discipline però si oppone sia al commento che all'autore, per una serie di motivi; la disciplina non individualizzante, è definita da un campo d'oggetti e di metodi, non è ripetitiva, ma al contrario necessita di nuovi enunciati. Però non tutto quello che costituisce la disciplina è vero a proposito di qualcosa. Ad esempio nel campo della medicina , non è costituita da tutto ciò che si può dire di vero sulla malattia, una proposizione prima che appartenga alla patologia, deve rispondere a condizioni rigide della verità, e deve rivolgersi ad un piano d'oggetti determinato (strumenti concettuali o tecnici, metafore accettabili ). Dunque una proposizione prima di potersi dire vera o falsa, per appartenere ad una disciplina, essa deve essere nel vero.
Sono passati venticinque anni dalla morte di Foucault, ed egli era già stato capace di trarre presagi sul futuro dall'analisi del proprio tempo. Oggi le procedure di esclusione, non esitono più, nel senso che non si possono più effettuare sui discorsi a causa di molti cambiamenti; ad esempio basta pensare agli ultimi vent'anni con l'esplosione del web, ormai considerata la più grande comunicazione di massa capace di cambiare i costumi e il modo di parlare della società. Con internet è impossibile controllare e organizzare il discorso di ogni singolo individuo che esercita sul web. Con Foucault si parlava di individualità, oggi di massa.
lunedì 23 novembre 2009
Esclusione-Partizione-Volonta' di Verita'
Un giovane ragazzo dice al padre:"Papa',cos'è la politica?"Il padre:"Figlio mio la politica non è una cosa molto facile da fare,ma allo stesso tempo è la strada piu' facile da percorrere quando con l' astuzia si vuole raggiungere un proprio fine,un proprio interesse personale o quando si vuole salvare la propria coscenza."
Il figlio:"Si ma strada difficile o strada facile,la politica in quanto tale,cos'è?"
Il padre:"Oggi ormai la politica è anzitutto corruzione,egoismo,indifferenza e anche vanto mentre invece dovrebbe essere onesta',umilta',senso del dovere,dedizione assoluta,piena disponibilita' al servizio di ogni cittadino."
Il figlio:"Papa',lealta' o corruzione,indifferenza o disponibilita',tu mi parli di tutto questo ma io voglio capire cosa si intende esattamente con il termine politica e perchè ormai è una cosa di cui si parla sempre in televisione,alla radio,sui giornali,ovunque e soprattutto cosa vuol dire fare politica,insomma in cosa consiste?Perchè mi piacerebbe entrare in questo mondo."
Il padre:"Figlio mio,all'inizio sembra facile ma ti assicuro che la nostra societa' è ormai travolta e scombussolata da una serie di ciarlatani,manifestazioni e campagne elettorali che non fanno altro che illudere la gente e cio' di conseguenza la trascina in questo gioco sporco,in questo circolo vizioso in cui vengono completamente sovvertiti quelli che dovrebbero essere principi autentici e valori universali di un intero paese,un circolo che non si chiude mai."
Foucault,parlandoci del discorso,dice che la produzione di esso deve essere selezionata,controllata e organizzata attraverso una serie di procedure,quali l'esclusione,che ne prevengano i pericoli e soprattutto non riducano il discorso a puro meccanicismo,pura materialita'.In questo dialogo evince chiaramente,da una parte il desiderio di un figlio del tutto inesperto e immaturo di sapere cosa
significa fare politica e dall'altra l'estrema vaghezza del padre,che attraverso una serie di preamboli,allusioni,paragoni,non fa altro che eludere la domanda che gli viene posta.Attraverso questa conversazione ho voluto dimostrare come non si tratta del primo caso in cui si tende ad eludere discorsi di questo genere,anzi sono molteplici gli ambiti in cui viene applicato il principio di esclusione e la politica,insieme alla sessualita',rientra perfettamente in questi ambiti.
La procedura dell' esclusione viene applicata nei casi in cui non si hanno discorsi su quella persona,su quell'argomento,sono tuttavia linguisticamente possibili ma non in quel luogo ed in quel momento,in sostanza essa rappresenta un NO,non ci sono quindi discorsi.La piu' evidente e nota procedura di esclusione è quella dell' interdetto:non si ha il diritto di dire tutto in qualsiasi circostanza,perchè il discorso non è solo il frutto di un desiderio ma anche cio' per cui si lotta,è quel potere di cui ci si impossessa.
Un altro principio che Foucault prende in considerazione è poi quello della partizione,questo trova la sua massima espressione nella follia.Sin dai tempi piu' antichi infatti il folle era colui i cui discorsi non avevano la stessa dignita',la stessa importanza delle altre forme del parlare,perchè le sue parole venivano rigettate non appena proferite,anzi le parole stesse erano cio' per cui il folle veniva considerato tale,ma non erano mai accolte nè ascoltate,insomma risultavano vuote,senza alcun effetto,puro rumore.
Oggi tutto cio' non esiste piu' perchè le parole di un folle non vengono considerate nulle,semmai ci mettono paura,che vi cerchiamo un senso o no.Cio' nonostante non dimostra pero' che la vecchia partizione non sia valida,basti pensare alla fitta rete di istituzioni in cui medici,psicoanalisti ad esempio sono in grado di ascoltare e comprendere queste parole per sospettare che il principio di partizione puo' essere applicato su linee diverse e con risultati che non sono affatto gli stessi.Poi esistono varie partizioni,le quali non sono solo modificabili ma in continuo spostamento,sorrette da tutto un sistema di istituzioni che le impongono o le riconfermano.
Se ci si pone la questione di sapere qual'è il tipo di partizione che regge la nostra volonta' di sapere,allora rientriamo in quello che è il terzo e anche il piu' importante punto che Foucault prende in considerazione:la volonta' di verita'.Con cio' si intende la nostra volonta' di sapere o piu' precisamente cio' che merita di essere saputo come vero.
Sin dai tempi dell'antica Grecia infatti,il discorso vero,quello che bisognava rispettare e temere,quello a cui bisognava sottostare era quello pronunciato da chi aveva la facolta' di farlo e rispettava cosi' il rituale richiesto.Col passare del tempo questa volonta' di verita' non risiedeva piu' in cio' che il discorso era o faceva ma in cio' che diceva,infine la verita' passo' poi dall' atto di enunciazione all'enunciato stesso,nel rapporto con il suo stesso oggetto.Tra Esiodo e Platone,ad esempio,si era stabilita una certa partizione che aveva separato il discorso vero dal discorso falso.Nel XIX secolo c'è pero', una volonta' di verita' che si differenzia sia per le forme messe in gioco, sia per gli oggetti cui si riferisce,da quella della cultura classica.Questa volonta' di verita' disegnava piani di oggetti possibili,misurabili,imponeva al soggetto conoscente una certa posizione,una certa funzione(vedere piu' che leggere,verificare piu' che commentare),sin dalla grande partizione platonica,dunque,la volonta' di sapere divenne la storia degli oggetti da conoscere,la storia delle funzioni del soggetto conoscente,la storia degli investimenti materiali e strumentali della conoscenza. Oggi tutto è cambiato,basti pensare al sistema economico:le pratiche economiche dal XVIsecolo in poi hanno cercato di fondarsi,di razionalizzarsi su una teoria delle ricchezze e della produzione;basti pensare a come un insieme prescrittivo come il sistema penale abbia cercato le sue fondamenta non solo in una teoria del diritto ma anche nel sapere sociologico,psicologico e medico,perchè la parola stessa della legge non puo' essere autorizzata nella nostra societa' se non da un discorso della verita'.Dal momento che la verita' non risiede piu' in quel che il discorso era o faceva ma in cio' che diceva,nella volonta' di dirlo non c'è altro che il desiderio e il potere.La volonta' di verita' è quindi un macchinario destinato ad escludere,cosa che la nostra societa' spesso ignora.Oggi infatti questo principio è riconfermato da tutto un sistema istituzionale,come la pedagogia,il sistema dell'editoria,il sistema dei libri e non solo,perchè non si puo' concepire il fatto che il sapere si riduca ad uno scaffale di libri,questo principio è anche riconfermato dal modo in cui il sapere opera,viene ripartito e valorizzato in una societa'.Dunque la presenza o l' assenza di un certo tipo di discorso sono dovute al frutto degli interessi di una collettivita' e non all' esclusione o alla partizione.Concludo dicendo che,a mio avviso,le strutture e le pratiche linguistiche costituiscono un limite irraggiungibile e rendono possibile l' anarchia piu di quanto lo possa fare qualsiasi altra struttura sociale.Secondo il mio punto di vista,ogni istituzione per funzionare deve sempre passare attraverso le lingue,in quanto la potenzialita' linguistica è incomparabilmente piu' alta di qualunque altra.
lunedì 21 settembre 2009
L'ORDINE DEL DISCORSO: "I PRINCIPI METODOLOGICI”
L’analisi del discorso intende mostrare l’ordine, mai semplice e univoco ma sempre differenziato e mobile, che presiede alla produzione dei discorsi, degli oggetti che questi suscitano, delle posizioni soggettive che vi si trovano implicate. È rivolta allo studio della funzione del discorso e non alla sua struttura considerata per se stessa e nemmeno all’identificazione del senso che nel discorso sarebbe celato. Ma soprattutto intende liberare la possibilità del discorso da tutte le istanze di controllo che lo orientano e regolano secondo il criterio della volontà di verità, escludendo quei discorsi che in qualche modo possono perturbare l’ordine costituito, destabilizzare le istanze di potere che l’organizzano a distanza. Non si occupa solo dei testi considerati canonici, ma anche di documenti legali, tabelle statistiche, regolamenti istituzionali, ovvero del discorso anonimo ma efficace in cui è possibile riconoscere il fascio di relazioni complesse e differenziate che lega la possibilità dei discorsi alle istanze di potere.Non si può cogliere il senso e l’attualità dell’analisi del discorso proposta da Foucault se la si scioglie dalla sua portata politica, dallo spirito di emancipazione che la inquieta, dal lascito di cui si fa carico. Con L’ordre du discours (1970), Foucault propone una serie di principi ai quali ispirare l’analisi del discorso per una pratica flessibile : il rovesciamento, la discontinuità, la specificità e l’esteriorità.
Rovesciamento: riconoscere nel ruolo positivo tradizionalmente attribuito alle nozioni di autore, opera, disciplina, volontà di verità delle istanze di controllo e rarefazione del discorso; dei dispositivi che regolano il proliferare dei discorsi secondo limiti, ordine e misura riconoscibili.
Discontinuità: riconoscere che al di là delle istanze di controllo non vi è un discorso unico e semplice, da queste represso, ed al quale bisogna restituire la parola, così come non vi è un’unica istanza di potere che esercita il controllo da un’unica posizione e secondo un unico fine (in questo caso il riferimento critico è il marxismo, ed è proprio in quest’orizzonte che dagli anni Ottanta l’analisi del discorso troverà largo impiego negli studi culturali).
Specificità: il discorso non è semplice rispecchiamento della realtà ma la sua elaborazione. Dal tipo di elaborazione dipende l’integrazione del discorso in un certo ordine o la sua esclusione, la regolarità o rarità delle sue apparizioni in ambiti differenti o contigui.
Esteriorità: l’analisi non si rivolge al discorso quale semplice manifestazione di un significato, di un pensiero da interpretare, ma procede “verso le sue condizioni esterne di possibilità”.
La ricerca ispirata a questi quattro principi opera secondo due prospettive diverse ma articolate fra loro: la critica e la genealogia. “Da una parte l’insieme critico che mette in opera il principio del rovesciamento: cercare di individuare le forme dell’esclusione, della limitazione, dell’appropriazione; mostrare come si sono elaborate, in risposta a quali bisogni, come si sono modificate e spostate, quale costrizione hanno esercitato, in che misura sono state aggirate. D’altra parte, l’insieme genealogico che mette in opera gli altri tre principi: come si sono formate, attraverso, a dispetto o con l’appoggio di tali sistemi di costrizione, delle serie di discorsi; qual è stata la norma specifica di ciascuna, e quali sono state le loro condizioni di apparizione, di crescita, di variazione”. L’analisi del discorso sembra offrire strumenti più raffinati per interpretare i fenomeni culturali legati alla contemporaneità: la specializzazione accademica con i suoi effetti di frammentazione e distorsione della diffusione culturale; la televisione quale forma di produzione e istanza di controllo della cultura popolare , e delle identità culturali all’epoca della globalizzazione ; le relazioni di potere che presiedono al discorso scientifico, con particolare attenzione all’affermarsi delle nuove tecnologie; il rinnovarsi delle forme di potere per il controllo dei nuovi media come internet.Non è possibile chiudere la lista degli studi culturali ispirati a Foucault ed all’analisi del discorso. Bisogna però rilevarne l’uso anche in una prospettiva che potremo definire metodologica, o riflessiva, definita Critical Discourse Analysis .
L'ordine del discorso
Nella nostra società vi sono delle procedure d’esclusione, la più evidente è quella dell’interdizione. È risaputo che non si ha il diritto di parlare di tutto in ogni circostanza o contesto. Foucault, infatti, tende a sottolineare i tabù più frequenti come sessualità e politica. Vi è nella nostra società un altro principio d’esclusione che affonda le proprie radici nel passato (dall’Antica Grecia passando per il Medioevo), relativa all’emarginazione sociale e politica dei folli,quasi una partizione della follia.
Ad esempio fin dal Medioevo il folle veniva visto come il possessore di un sapere oscuro e proibito, capace di vedere realtà superiori che nascondono segreti misteriosi o rivelazioni religiose. Spesso associato alla figura del mago e del sapiente, il folle era colui il quale proferiva un discorso, che però non produceva nessun effetto, sociale o politico che fosse, allo stesso tempo però alle sue parole venivano attribuiti strani poteri, come ad esempio dire una verità nascosta o di annunciare l’avvenire, quasi fosse un inconsapevole oracolo mistico.
Non vi era una via di mezzo, la parola del folle o veniva presa in considerazione come una “ragione più ragionevole di quella della gente ragionevole” oppure cadeva nel nulla senza essere presa in considerazione, rendendo l’individuo oggetto di scherno e derisione da parte degli altri membri della comunità. Proprio nella parola del folle si compiva questa partizione dove si opponevano ragione e follia, antesignano del moderno binomio “Genio e Sregolatezza”. Foucault scandagliò lo sviluppo delle interpretazioni della follia sino alla moderna concezione della malattia mentale, mettendo in luce la forza creativa della follia che le società occidentali hanno tradizionalmente represso. La parola del folle non era presa in considerazione, cadeva nel nulla, rigettata appena proferita, qualunque discorso non era rilevante, tassello portante di un mosaico di pregiudizio ed ipocrisia. Un folle veniva riconosciuto o “etichettato” tale attraverso le sue parole, esse erano il luogo in cui si compiva la partizione, ma come già detto non erano mai accolte né ascoltate. Le parole del folle erano la manifestazione della sua follia, il luogo in cui si compiva la partizione tra la sensatezza e l’insensatezza. Anche oggi, per Foucault, esistono meccanismi di partizione, che però sono azionati in virtù di nuove istituzioni, con nuovi effetti. Il folle lo si ascolta e decifra tramite una rete di psicologi, psicoanalisti, medici ‘armatura del sapere’ fino a poco tempo fa in luoghi sanzionati, quali gli ospedali psichiatrici. Le procedure d’esclusione vi erano già nei poeti greci del VI secolo, veniva messo in rilievo come il discorso vero, quello per cui si aveva rispetto e terrore, quello al quale bisognava sottomettersi, era quel discorso pronunciato da chi poteva farlo.
Nella nostra società ancora oggi vige questa forma di repressione dove non tutti hanno il diritto di parola, dove ancora oggi il discorso deve essere pronunciato da chi di diritto, da chi ha potere, da chi “regna”,anche se si vuol far credere che questo diritto ci sia; a tal proposito Foucault nell’ordine del discorso riprende il vecchio principio greco: l’aritmetica può ben riguardare le città democratiche, poiché insegna i rapporti d’eguaglianza ma solo la geometria deve essere insegnata nelle oligarchie, poiché essa dimostra le proporzioni nell’ineguaglianza. Ciò che conta, dunque, è come la società valorizza, distribuisce e attribuisce il sapere perché la parola è potere.
Oggi possiamo anche aver allargato il numero dei soggetti parlanti, di avere moltiplicato i discorsi, di aver ampliato la libertà, di aver spostato i confini di controllo e dell’esclusione, i folli non vengono più isolati ma la loro follia può “parlare” in prima persona esprimendo la sua verità elementare, ovvero la follia riduce l’uomo ai suoi desideri primitivi e ai suoi meccanismi più semplici, e, allo stesso tempo, una verità terminale dell’uomo, in quanto gli mostra fino a dove possono spingerlo le passioni e la vita di società.
domenica 20 settembre 2009
Nel leggere L’ordine del discorso di Michel Foucault (filosofo francese nato nel 1926)mi sono soffermata sul tema degli interdetti,cioè sul fatto che non si può parlare di tutto ciò che si vuole e in qualunque circostanza.
La produzione del discorso infatti è controllata,selezionata,distribuita tramite procedure che hanno la funzione di allontanare i poteri e pericoli e queste procedure sono appunto gli interdetti.
Tra i grandi sistemi d’esclusione che colpiscono il discorso tra cui la parola interdetta,la partizione della follia e la verità contro la falsità(partizione storica che riguarda la nostra volontà di verità e di sapere),è quest’ultima che mi ha colpito maggiormente.
La questione sulla verità è qualcosa di molto difficile da definire,ma una cosa è certa che ancora oggi come in passato essa è quasi sempre una verità velata,di facciata.
Foucault è stato molto influenzato soprattutto dalle opere di Heidegger e Nietzesche,per questo voglio ricordare cosa loro pensassero a tal proposito.
Il problema della verità attraversò tutto il pensiero di Nietzesche nell’ultima fase del suo pensiero trova una risposta particolarmente dura,nichilistica:”la verità potrebbe essere un donchisciottismo, una piccola stravagante bizzarria,ma anche qualcosa di ben più pericoloso, un principio ostile alla vita, un’occulta volontà di morte".”
Anche Heidegger si occupò dell’essenza della verità,”se fossimo dei, forse esisterebbe qualcosa come la verità assoluta e l’essenza assoluta. Ma siamo uomini, ed abbiamo una verità riferita agli uomini. Accessibile agli uomini”.
Foucault parla di volontà di verità,che deve soddisfare i canoni di veridicità,essa pone l’osservatore da una prospettiva che soddisfa alcune parti di verità,” Il discorso vero non puo riconoscere
la volontà di verità che lo attraversa che cerca di mascherare la verità che non vuole”.
Riguardando indietro,nella storia non si può non ricordare di come la verità sia stata manipolata soprattutto durante il nazismo e fascismo,di come i mass-media sono stati monopolizzati,censurati molto spesso con la forza per far si che penetrasse nella testa della popolazione la “loro verità”,cioè la volontà di verità di cui parla Foucaul.
Questo però non vuol dire che oggi non sia lo stesso,infatti ciò che noi sentiamo,sono fiumi di parole ogni volta diverse e molto spesso contraddittorie.
Ripensando a tutti i discorsi che ogni giorno ascoltiamo una minima parte è vera o meglio,verosimile,perché è così,la verità nuda e cruda è rischiosa da dire,bisogna velarla renderla accettabile. Non bisogna illudersi,pensando di vivere nella totale verità,che tutto ciò che vediamo,sentiamo,leggiamo sia pura e semplice verità. Pensiamo ad esempio ai reality,essi sono una sorte di campana di vetro,dove tutti e tutto è spiato,ventiquattr’ore su ventiquattro,ma ciò che vediamo è verità?In realtà bisogna fare attenzione su ciò che traspare,bisogna mantenere il proprio senso critico,perché ciò che sappiamo di certo è che quello che vediamo è realtà,come dice il nome stesso;è realtà perché le persone che ci sono dentro sono reali,vivono là dentro in tempi e spazi reali,ma non siamo sicuri che quel che dicono,pensano o facciano sia vero o se è tutta una montatura.. Se la verità esista dappertutto non si è mai sicuri,ma ciò che l’uomo puo fare è essere sicuro di se stesso e credere in ciò che pensa.
IL GODIMENTO DEL TESTO: IL LINGUAGGIO COME CAMMELLO, LEONE E FANCIULLO
L'Interdetto nella società familiare
La tesi di Foucault rende espliciti i meccanismi di controllo, selezione, organizzazione e distribuzione della produzione del discorso presenti in ogni società. Questo avviene tramite certe procedure che depotenziano la materialità del discorso e che riguardano il desiderio ed il potere.
Tra le procedure di esclusione la prima è quella dell’interdetto.
Tabù rituali, diritto di parlare o meno di qualcosa, esclusività di esporre un argomento: sono questi i tipi d’interdetto che rendono il discorso non accessibile a chiunque ed ovunque. Questo perché il discorso non è solo manifestazione (o negazione) di un desiderio, ma è elemento di lotta nel gioco di forze contrapposte, ovvero nelle dinamiche del potere. Esso stesso è un potere (esempi posti da Foucault: regioni della sessualità e della politica).
Altra procedura d’esclusione è la partizione e/o rigetto della follia.
“E’ curioso constatare come per secoli in Europa la parola del folle o non era intesa, oppure, se lo era, veniva ascoltata come una parola di verità” (pag. 11). Anche oggi, per Foucault, esistono meccanismi di partizione, che però sono azionati in virtù di nuove istituzioni, con nuovi effetti.
Un terzo livello è quello del vero contro il falso.
Vero e falso sono concetti contingenti alla storia, in continuo movimento, sorretti da istituzioni che usano anche la coercizione per imporre la “verità” accettabile. Non è nel livello della proposizione dove Foucault situa la partizione vero/falso, ma su una scala più ampia, quella che considera la volontà di verità degli uomini lungo il corso della storia. Storicamente, per esempio, Foucault cita la Grecia del VI secolo, dove il discorso era vero se era pronunciato dalla autorità legittimata secondo una ritualizzazione canonica; un secolo dopo il discorso era vero in base a quel che effettivamente diceva. E’ la volontà di sapere che muta, e che pone l’osservatore da una prospettiva che deve soddisfare dei canoni di veridicità.
Parlando della “nostra” società, Foucault dice: “..Questa volontà di verità, come gli altri sistemi d’esclusione, poggia su di un supporto istituzionale: essa è rinforzata, e riconfermata insieme, da tutto uno spessore di pratiche come la pedagogia, certo, come il sistema dei libri..” (pag. 15).
Ciò che conta, quindi, è come la società valorizza, distribuisce e attribuisce il sapere (e la verità). Il discorso della verità, la volontà di verità, istituzionalmente sanzionata, preme sugli altri discorsi, perché parola del potere.
In sintesi Foucault ritiene che in ogni società la produzione del discorso è controllata,selezionata e organizzata in modo da scongiurarne i pericoli e i poteri. Riflettendoci su, ci renderemo presto conto che questo stesso discorso può essere vero anche all’interno di una società un po’ particolare : la famiglia.
In fondo essa altro non è che una “piccola società” che tende ad assicurare l’armonico sviluppo dei suoi membri. Come ogni società, è costituita da un piccolo gruppo di persone con alcune caratteristiche specifiche, essa è (o dovrebbe essere):
· il luogo primario della crescita e dell'educazione (crescita sana e responsabile)
· il luogo delle relazioni affettive e delle modalità di comunicazione
· il luogo di mediazione sociale dell'individuo nei confronti della comunità sociale più allargata.
Spesso però il nucleo familiare non corrisponde propriamente a questa descrizione. In particolare, la riflessione sull’interdetto di cui parla Foucault , può trovare consistenza piena in riferimento ad un fenomeno antico che solo da poco è uscito dall’ombra: la violenza in famiglia.
Drammi quotidiani si consumano nel silenzio delle pareti domestiche. Pareti che dovrebbero avvolgere la nostra intimità in un abbraccio affettivo che protegge e rassicura da ogni minaccia esterna. Succede, invece, più spesso di quanto si possa pensare, che l’inferno si nasconda proprio fra queste mura.
La violenza famigliare è senz’altro un fenomeno che per molto tempo è stato sottaciuto con la complicità delle tradizioni culturali o, per meglio dire, di quella disuguaglianza "biologica" fra i sessi che pone la donna in subalternità rispetto all’uomo. Stiamo parlando di una cultura patriarcale che sopravvive nel presente negando alle donne la completa indipendenza. Tant’è che ancor oggi certi "uomini padroni" non accettano che la propria compagna, o moglie che sia, tagli i lacci del loro potere e controllo. Insomma, la libertà femminile è considerata un oltraggio insopportabile. Una ferita che svilisce e fa scattare la molla delle aggressioni.
Gli autori di questi maltrattamenti non sono necessariamente drogati,emarginati o alcolizzati; sarebbe forse più semplice attribuire le cause ad un contesto di disagio psichico, ma la verità è che nella maggioranza dei casi si tratta di soggetti appartenenti a quella categoria di persone ”per bene”, verso cui si ripone fiducia, talvolta dalla carriera brillante e con tanto di ruolo rispettabile nella società. Insomma tipi mansueti, saggi ed educati, che di certo a parole condannano la violenza. Eppure la considerano legittima quando si scatena con furia incontrollata e per banali motivi sulla moglie, convivente o ex partner. Magari con i figli, anch’essi vittime o spettatori.
Non è semplice uscire da questa spirale di violenza che fa a pezzi la personalità della donna e la fa naufragare in una quotidianità dolorosa e traumatica. Molte vittime, infatti, anziché prendere in mano le redini della propria vita, rimangono intrappolate in questa ragnatela, magari auto-colpevolizzandosi.
La paura è la prima reazione a questo tipo di problema. Il timore di non essere capite o addirittura credute porta le donne a rinchiudersi in se stesse. Non dimentichiamo che, per molto tempo, le donne non hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto su queste angherie per via di quel fardello di "virtù femminili" che si attribuivano al gentil sesso come la "naturale" capacità di sopportazione. Così lo spettro della vergogna e del senso di colpa continua ad aleggiare nel mondo femminile che si svincola dall’autorità maschile.
Quindi, poche trovano la forza di denunciare questi drammi e, quando lo fanno, in pochissimi dei casi si arriva ad una condanna dell’autore della violenza. Per non parlare del fatto che, se la donna non ha un adeguato sistema di protezione attorno a sé, la denuncia può scatenare un aumento delle aggressioni mettendo a rischio la sua vita.
Dunque, "scaricare" il compagno non è affatto semplice. Tant’è che le vittime che si recano nei centri nati per essere loro d’aiuto, pur sottoposte a ripetuti soprusi, difficilmente si presentano con la valigia in mano, mentre quasi tutte hanno come conseguenza un equilibrio psicologico davvero frantumato che frena la loro capacità di intravedere possibili soluzioni.
Ecco perché la maggior parte di loro vede come unica possibilità il lungo e sofferente sentiero del taciuto o, per dirlo con le parole di Foucault, il terreno dell’interdetto.
la nuova biblioteca di babele
“…Ci sto provando; giorno e notte non riposo mai le membra, ci sto provando a trovare il “libro dei libri”, il libro totale che raccoglie tutti gli altri di quest’edificio infinito, ma non riesco a trovarlo, almeno fino ad ora la mia ricerca si dimostra vana, eppure ho aperto, sfogliato, letto centinaia di libri, migliaia di parole o frasi senza senso; lettere che si susseguivano senza ordine logico alcuno, intere pagine di punti, altre di sole virgole … brancolo ancora nel buio….”
La Biblioteca di Babele: racconto fantastico sì, ma con aspetti di realtà. Per Borges la biblioteca è un luogo in cui sono racchiusi in sale esagonali tutti i libri possibili, di 410 pagine in un “caos ordinato. Racconto fantastico si, ma filosoficamente rilevante: l’eterno ritorno. Nella sua infinitezza, la biblioteca ha un ritorno sempre all’origine. I libri depositati in questa biblioteca sono di 410 pagine con una sequenza finita di caratteri. Nei libri c’è una ripetizione costante. L’eterno ritorno è un ciclo chiuso in cui l’universo rinasce in base ai cicli temporali e ripete il suo corso eternamente, rimanendo sempre se stesso. Nietzsche prima di Borges: ”[…]in un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte[…]”
Questa biblioteca, poi, non può avere riscontri nella realtà: ripetizioni, falsità e verità stanno insieme; non c’è omogeneità di fondo, quindi i libri sono privi di informazioni valide.
Ed invece, la Biblioteca di Babele esiste: una banca dati in cui tutto il sapere è contenuto e spiegato. Internet, il più grande mezzo di comunicazione di massa, di facile utilizzo. Basta avere un computer e una rete per navigare in questo mare mondiale senza spostarsi dalla propria scrivania. I collegamenti poggiano su criteri statistici di disponibilità e non su quei criteri così totalmente deterministici da essere spesso ritenuti più caotici; d'altra parte, i processi sono distribuiti piuttosto che centralizzati. Molti nodi sono collegati tra loro in diversi modi e tramite diversi path. Questo tipo di collegamento può essere compreso alla luce delle motivazioni che negli anni sessanta dettarono la nascita di Internet (allora denominata ARPANET): creare una rete di elaboratori decentrata che potesse resistere ad un attacco nucleare da parte dell'Unione Sovietica. Una tale rete decentrata sarebbe sopravvissuta a molti attacchi in quanto la struttura di comunicazione è organizzata a diversi livelli: secondo tale struttura, il protocollo TCP occupa il livello superiore rispetto a IP. Al di sopra e al di sotto di questi due protocolli ne funzionano degli altri, ed altri ancora sono collocati al loro stesso livello.
Richard Matthew Stallman dà una definizione significativa del World Wide Web:”Il World Wide Web ha le potenzialità per svilupparsi in un'enciclopedia universale che copra tutti i campi della conoscenza e in una biblioteca completa di corsi per la formazione”. E il punto principale è proprio questo, il World Wide Web è come una vera e propria enciclopedia universale di accesso pubblico che risiede in una grande biblioteca che è internet. Una biblioteca ordinata in cui è facile muoversi per trovare ciò che è più utile alla nostra vita. Dalla cultura al divertimento in un colpo di click: qualsiasi parola viene trovata, qualsiasi campo del sapere viene affrontato e spiegato, non c’è pericolo di perdersi in questo mare, e il navigatore, come un novello Ulisse, può anche viaggiare verso posti lontani, visitare luoghi antichi e poi tornare. Lo sviluppo mondiale è in mano ad una rete di computer che ci permette di fare cose incredibili e chissà se Borges si sarebbe divertito a navigare in Internet, o se avrebbe provato un senso di angoscia a sfogliare questo Libro di sabbia con un numero di pagine incalcolabile, dove non è facile rintracciare né la prima né l’ultima...
sabato 19 settembre 2009
LA MUSICA COME FONTE DI PIACERE.
Anche la musica stimola le regioni cerebrali che regolano le sensazioni euforiche del piacere quali l’eccitazione sessuale o il brivido di piacere.
Barthes, nel suo saggio, paragona “il piacere del testo” con il “piacere carnale”: secondo il filosofo la scrittura può essere avvicinata al Kamasutra del testo. È la scienza dei godimenti del linguaggio , un insieme di pratiche.
La scrittura genera testi, considerati esempi di “ars erotica”, perché devono far provare desiderio al lettore, devono far sì che il lettore, nel leggere un testo, un brano, una poesia, provi piacere.
Per Barthes un testo viene letto con piacere se è stato scritto nel piacere.
Il ruolo dello scrittore è proprio questo: scrivere, anche solo perché ne ha voglia; lo scopo che egli ha è quello di scrivere nel piacere per accrescere il piacere del lettore. Un obiettivo non semplice da centrare perché, anche un testo scritto nel piacere, può non trasmettere nulla a chi lo legge (il piacere è estremamente soggettivo). Al lettore va il compito di cercare il piacere nel testo creandosi uno “spazio del godimento”.
Se al contrario il testo risulta noioso saremo portati a dire che è stato scritto fuori da ogni godimento. Sarà un testo che balbetta, come se lo scrittore, scrivendolo, avesse assunto un linguaggio da lattante (uno dei motivi per cui un testo balbetta riguarda il semplice bisogno di scrivere dello scrittore).
Abbiamo accennato al paragone tra il “piacere del testo” con il “piacere carnale”.
Barthes si chiede: “la parte più erotica del corpo, non è forse dove l’abito si dischiude?”. Cosa ci vuole dire?
Ci dice che il piacere ci viene dato dall’ intermittenza. Nel caso del corpo possiamo provare piacere, ad esempio, quando ci troviamo di fronte ad un’ apparizione-sparizione, quando vediamo cioè, la pelle che luccica fra due capi, come fra i guanti e la manica, fra la maglia e il pantalone, ecc. (vedo/non vedo).
Nel caso del testo, vuole quindi dirci che il lettore prova piacere quando un testo salta le descrizioni, le considerazioni, le spiegazioni, come se volesse accelerare uno strip-tease, per arrivare a vedere il sesso della ballerina; è come abolire la suspense narrativa: è essa che ci fa stare con il cuore in gola e ci spinge a leggere un libro fino alla fine, per sapere come un racconto finisce.
Eppure è proprio questo che ci da il piacere di leggere un testo: le varie scalfitture che il lettore fa.
Ritornando al paragone che vorrei esporre, si può dire che il “confronto-rapporto” che c’è tra lo scrittore e il lettore, può esserci anche tra l’artista e l’ascoltatore.
Anche la musica può creare in noi piacere, può annoiarci, può essere ascoltata con poca attenzione o con quella che Barthes, per quanto riguarda il testo, ha definito “suspense narrativa”; ad esempio, questo può succedere quando si ascolta una nuova canzone, e si crea suspense perché siamo, in un certo senso, curiosi di sapere come sarà il ritornello, o la seconda strofa, o la fine di quella determinata canzone.
Quello che non coincide tra il leggere un testo e ascoltare un brano musicale, riguarda il saltare alcune parti. È difficile che riusciamo a saltare parti di una canzone, a meno che non riusciamo ad ascoltarle perché siamo troppo distratti o perché la canzone ci annoia. Pensiamo in questo caso al “testo che balbetta” proposto da Barthes ai lettori: una canzone può annoiarci, quindi non ci spinge ad ascoltare attentamente il testo e la musica del brano musicale. Diremo quindi che quest’ultimo può “balbettare”, perché probabilmente l’artista che l’ha composto non l’ha scritto nel piacere.
Una canzone che ci da piacere ci emoziona, ci fa rivivere momenti belli della nostra vita, come se fossimo immersi in un sogno.
È come se, mentre ascoltiamo quella canzone, entrassimo in un mondo irreale, dove nulla ci fa stare male; possiamo solo “allora” dire che siamo circondati dal piacere più profondo. La musica quindi, come il piacere, è appagamento, è euforia, è soddisfazione.
Barthes inoltre, ne “Il piacere del testo”, fa una distinzione tra piacere e godimento.
Il godimento è mancamento, è perdita, sconvolge il lettore che perde consistenza del proprio “Io”. Ripensando alla musica, in tutte le sue forme, il godimento è lo stesso che ci viene dalla danza: mentre si balla ci si “immedesima” cosi tanto che si esce, come è solito dire, dai “limiti della normalità”. La danza può essere dunque legata al godimento perché con essa si perde la consistenza del proprio “Io”. In questo caso, bisogna specificare, che il rapporto è tra la musica e il danzatore (o ballerino), e non più tra l’ artista e l’ ascoltatore.
Infine, Barthes considera il testo di piacere come un testo dicibile, al contrario del testo di godimento definito, oltre che testo indicibile, anche testo insostenibile e impossibile. Infatti, sul primo si possono muovere critiche, ma sul secondo non si può discutere.
Angela Rapanà
La follia...quel mistero oltre la ragione.
La follia non è solo disagio o malattia: con le sue categorie, ci provoca e interroga la nostra visione del mondo. Dire che cosa sia realmente la follia è un'impresa abbastanza ardua, eppure in tanti hanno provato a dare un valido significato e questo termine.
Nel passato come nel presente, la follia si è manifestata in tanti suoi piccoli aspetti: attraverso il genio degli scienziati, i versi dei poeti, le melodie dei musicisti, i colori vivaci sulle tele degli artisti, le gesta inconsulte dei potenti.
“Dal profondo del Medioevo il folle è colui il cui discorso non può circolare come quello degli altri,capita che la sua parola sia considerata come nulla e senza effetto,non avendo né verità né importanza… (“Dall ’ordine del discorso”)
Con queste parole, pronunciate nel 1970 al college de France, Foucault spiegava una delle procedure d’ esclusione del discorso: il partage (partizione e rigetto della follia) ovvero l’opposizione tra ragione e follia.
“E’ curioso constatare come per secoli in Europa la parola del folle o non era intesa, oppure, se lo era, veniva ascoltata come una parola di verità’ .(”Dall’ ordine del discorso”).
Le parole del folle erano, e sono la manifestazione della sua follia, il luogo in cui si compiva la partizione tra la sensatezza e l’insensatezza. Anche oggi, per Foucault, esistono meccanismi di partizione, che però sono azionati in virtù di nuove istituzioni, con nuovi effetti. Il folle lo si ascolta e decifra tramite una rete di psicologi, psicoanalisti e medici (“armatura del sapere”) in luoghi sanzionati, quali gli ospedali psichiatrici.
Michel Foucault, nato nel 1926 a Poitiers, studiò filosofia e psicologia all'Ecole Normale Supèrieure di Parigi .In seguito lavorò presso istituti culturali francesi e nel 1970 ricevette la nomina di professore di storia dei sistemi di pensiero al Collège de France. Morì a Parigi nel 1984. Gli interessi di Foucault, in principio, si concentrano sull'epistemologia: il suo problema sta nell'individuare le condizioni storiche in base alle quali la malattia e la follia si sono costituite come oggetti di scienza, dando luogo alla psicopatologia e alla medicina clinica, strettamente connesse alla costruzione di luoghi chiusi (la clinica e il manicomio) in cui si instaura un rapporto di dominio tra medico e paziente. E questi sono proprio i temi che Foucault affronta nelle sue prime opere di successo, Storia della follia nell'età classica (1961) e Nascita della clinica (1963).
“La follia è il linguaggio escluso – quello che contro il codice della lingua pronuncia parole senza significato (gli “insensati”, gli “imbecilli”, i “dementi”), o quello che pronuncia parole sacralizzate (i “violenti”, i “furiosi”), o ancora quello che fa passare significati interdetti (i “libertini”, i “testardi”).
La modificazione non si produsse realmente se non con Freud, quando l’esperienza della follia si è spostata verso l’ultima forma di interdizione del linguaggio. Ha cessato allora di essere errore di linguaggio, bestemmia proferita, o significato intollerabile (e in questo senso la psicanalisi è veramente la grande rimozione delle interdizioni, come diceva lo stesso Freud); è apparsa come una parola che si avvolge su se stessa, dicendo, al di sotto di ciò che dice, altre cose delle quali è al tempo stesso il solo codice possibile: linguaggio esoterico, se si vuole, poiché trattiene la sua lingua all’interno di una parola che alla fin fine non dice altre cose che questa implicazione.
Occorre dunque prendere l’opera di Freud per quel che è; essa non scopre il fatto che la follia è presa in una rete di significati comuni con il linguaggio di tutti i giorni, autorizzando così a parlarne nella piattezza quotidiana del vocabolario psicologico. Essa disloca l’esperienza europea della follia per situarla in quella regione pericolosa, trasgressiva sempre (dunque ancora interdetta, ma in una modalità particolare) che è quella dei linguaggi che si implicano essi stessi, enunciando cioè nel loro enunciato la lingua nella quale lo enunciano. Freud non ha scoperto l’identità perduta di un senso; ha delimitato la figura irrompente di un significante che non è assolutamente come gli altri. La qual cosa avrebbe dovuto essere sufficiente a proteggere la sua opera da tutte le interpretazioni psicologizzanti con cui questi cinquant’anni l’hanno ricoperta nel nome (derisorio) delle “scienze umane” e della loro unità asessuata.”
In questa lettura, tratta da”Storia della follia nell’età classica”, Michel Foucault si occupa di alcune caratteristiche della storia europea della follia, soffermandosi in particolare sull’apporto dato da Freud al problema.
E’ importante capire, di tutto questo discorso trattato, come la follia non allontana l'individuo da se stesso ma lo rende partecipe di una realtà che sta al di fuori delle regole e dei canoni del vivere civile; è una realtà che si nasconde nel profondo dell'anima, è l'essenza dello spirito.
Le plaisir du texte
“Se fosse possibile immaginare un’estetica del piacere testuale, bisognerebbe includervi: la scrittura ad alta voce” (Roland Barthes, Il piacere del testo, p. 65).
“La scrittura ad alta voce non è espressiva; è portata non dalle inflessioni drammatiche, le intonazioni maligne, gli accenti compiacenti, ma dalla grana della voce, che è un misto erotico di timbro e di linguaggio, e che può quindi essere anch’essa, al pari della dizione, la materia di un’arte: l’arte di condurre il proprio corpo” (ivi, p. 65).
La scrittura ad alta voce non è fonologica, ma fonetica e il suo obiettivo è ovviamente il linguaggio, un testo in cui si ha la possibilità di sentire la grana della voce con tutta la sensualità delle consonati e della vocali.Bisogna far si che si senta il respiro, che si veda il movimento sontuoso delle labbra al fine che la voce e la scrittura siano fresche. Per Barthes “la voce, la corporeità del parlare, si situa nell’articolazione del corpo e del discorso”. Il compito della voce è quello di fare da tramite, da snodo, fra corpo e parola. Ogni rapporto con la voce è necessariamente amoroso, perché non esiste scienza che possa esaurire la nostra voce. La grana della voce è quella qualità indefinibile che rende ogni voce unica perché porta traccia del corpo che la produce, del nostro vissuto. Le parole devono essere pronunciate e soprattutto intese, ascoltate, fatte passare attraverso l’orecchio.
Nell’antichità la retorica comprendeva una parte dimenticata: l’actio, considerato il fattore dominante nell’efficacia espressiva dell’oratore. Cicerone, nel mondo della latinità, è il più grande teorico dell’arte del dire. I fini dell’oratoria, sono il probare, il delectare e il flectere, per cui si prefigura quella finalità della ricerca della persuasione e del consenso che può anche essere, da un punto di vista sociale e politico, intesa come vero e proprio strumento di dominio, cioè come la tecnica della manipolazione del consenso e della persuasione. La retorica compie due operzioni passando per la mente e per l’animo dell’uditore: convincere (fidem facere) e commuovere (animun movere). Infatti con il probare l’oratore tende a dimostrare la verità delle sue tesi, tende insomma a convincere chi lo ascolta, e il mezzo comunicativo più adatto a compiere tale operazione è l’adozione di uno stile sobrio, piano, dimesso e discorsivo. Il delectare, invece, è finalizzato al diletto per cui l’oratore tende ad affascinare l’uditore con messaggi estetici per produrre conivolgimento e quindi consenso. Per tale motivo l’oratore tende ad usare uno stile ornato, cioè ricco di figure retoriche. Con il flectere, infine, l’oratore tende a piegare gli animi suscitando negli uditori forti emozioni usando uno stile sublime, patetico, coinvolgente e accattivante. Inoltre un oratore, oltre ad avere in possesso tali stili e saperli usare nel modo appropriato, deve essere in possesso di una larga cultura. Cicerone era maestro nell’arte del modulare il tono della voce e nel variare i gesti, i quali sembravano spontanei, ma che invece erano stati studiati meticolosamente.